KAZAKISTAN & UZBEKISTAN FAI DA TE
Sono trascorsi dieci anni dalla mia prima volta in Asia e quest’anno (2022) ho avuto la fortuna di tornarci. Diverse volte ho sognato di viaggiare nel Sud Est Asiatico ma questa volta, grazie ad un invito ricevuto da amici, sono partita per l’Asia Centrale, ovvero alla scoperta di un paio di quei Paesi -STAN che appartenevano all’ex Unione Sovietica, ovvero il Kazakistan e l’Uzbekistan.
Questa esperienza è capitata senza troppe riflessioni, seppure all’inizio fossi parecchio in dubbio se partire o no. Motivo principale? Il periodo scelto dai miei compagni di viaggio era fine novembre/inizio dicembre quando, ormai alle soglie dell’inverno, in quelle zone il freddo gelido si fa particolarmente sentire, con temperature che possono scendere al di sotto dei –25.
Certamente non capita tutti i giorni di ricevere una tale proposta. Quindi che fare? L’istinto (che ho forse sempre troppo seguito) mi dice di andare: al freddo si può sempre resistere.
Se nel 1200/1300 Marco Polo e altri esploratori hanno attraversato quelle terre estremamente fredde, come eccessivamente calde, posso farlo anche io ai tempi di una società particolarmente evoluta.
Ed è così che il 25 Novembre, dopo tre voli con scalo a Londra e poi ad Antalya (Turchia), raggiungo Almaty, città delle mele e vecchia capitale del Kazakistan. La prima sensazione è la temperatura come avevo calcolato: mi accoglie la neve che rende il paesaggio più magico e affascinante. Ad Almaty ci fermiamo per un paio di notti: ci lascia a bocca aperta dapprima la cattedrale ortodossa dell’Ascensione dai colori pastello e dagli ornamenti d’oro, ma in particolare l’architettura degli edifici che sono rimasti quelli costruiti nel periodo sovietico. Seppur non sia più capitale, questa città resta la più popolosa ed abitata da diverse etnie: kazaki, russi, ucraini, coreani, tartari, in maggioranza musulmani ma molto aperti. Il Kazakistan è un paese bilingue: quella kazaca, considerata la lingua di Stato, e il russo, parlato dalla maggior parte dei kazaki, dichiarata la lingua ufficiale e usata quotidianamente e in ambito commerciale. L’inglese lo parlano in pochi, la maggior parte giovani, ma fortunatamente i miei amici di origine croata capiscono il russo, semplificando diverse situazioni del nostro viaggio.
Una volta conclusa la nostra visita ad Almaty, ci aspetta un volo con la compagnia di bandiera diretto a Tashkent, la capitale dell’ Uzbekistan. Qui il clima e lo scenario sono decisamente diversi. Una volta atterrati la temperatura è, nonostante il periodo, quasi primaverile e la capitale uzbeca sembra una città americana, viste le strade smisurate e l’imponenza di palazzi e monumenti. Nonostante la modernità, tuttavia rimaniamo stupiti (e poi con il passare dei giorni diventiamo esperti in materia) dalla modalità di lavoro dei tassisti. La maggior parte della popolazione possiede un’automobile bianca (possibilmente Chevrolet poiché l’Uzbekistan è uno dei maggiori produttori) e chiunque sia alla guida può diventare un potenziale taxista. Ed è così che per la totale permanenza nella capitale ci imbattiamo in diverse situazioni dove impariamo a negoziare e a prendere confidenza con uno stile di vita diverso da quello europeo. Rimaniamo a Tashkent per un periodo piuttosto breve poiché ci attende un altro volo domestico per Nukus, città quasi fantasma situata nella regione autonoma del Karakalpakstan, a nord – est dell’Uzbekistan. Lì ad aspettarci c’è un taxista/guida turistica che avevamo contattato in anticipo, il quale guidando per un paio di ore e mezza ci porta a Muynak, città fantasma famosa per essere la base dove fino a qualche anno fa esisteva il lago – mare Aral. Questo luogo, oggi tanto triste quanto affascinante, ha conservato il “cimitero delle navi” proprio perché prima dell’arrivo dei sovietici era destinato alla navigazione e alla pesca. Con l’avvento della coltivazione delle piante di cotone voluta dai russi, le acque del lago/mare hanno iniziato a ritirarsi fino ad asciugarsi quasi completamente nel giro di pochi decenni. Giunti sul posto si può visitare il museo dedicato a questa tragedia, e una volta fuori si vede solo un paesaggio desertico che mai lascia pensare alla vita che si viveva fino a qualche anno prima.
La nostra avventura continua in terra uzbeka ed è così che da Nukus ci prepariamo alle prossime tappe, ovvero alle tre città principali che si trovano sulla via della seta: Bukhara, Khiva e Samarcanda.
Per raggiungere queste tre mete usiamo esclusivamente il treno: puntuale e confortevole, seppure non sempre veloce, ci permette di scoprire e visitare queste meravigliose città, un tempo luogo di scambio commerciale tra Oriente ed Occidente. Ancora una volta la temperatura non sta dalla nostra parte: l’inverno è alle porte ma fortunatamente non è periodo di turisti, quindi la mancanza di viaggiatori ci permette di visitare questi luoghi con calma e senza ressa attorno. Scopriamo nel giro di qualche giorno uno dei più grandi tesori lasciati in quei luoghi dagli abitanti dei secoli passati: Khiva, con il suo centro storico splendidamente conservato, Bukhara, conosciuta come la città più santa dell’Asia Centrale e con abbondanza di monumenti, moschee e madrase (ovvero le scuole islamiche), e infine la meravigliosa città di Samarcanda con una straordinaria gamma di tesori architettonici e culturali. Non solo però ci facciamo ammaliare da tanta ricchezza d’arte, siamo infatti anche curiosi di apprendere notizie sulla cucina locale. Notiamo una certa influenza russa e turca nella selezione degli alimenti, in particolare il consumo massiccio di tè e zuppe, che diventano la base della nostra dieta quotidiana per l’intero viaggio. Un'altra singolarità relativa sia all’ Uzbekistan che al Kazakistan è che entrambi non sono paesi per vegetariani: infatti quasi tutti i piatti sono a base di carne, dal cavallo all’agnello, tanto per citarne alcuni, mentre non si trova il maiale considerando appunto trattarsi di paesi prevalentemente di religione islamica.
Siamo in viaggio da quasi dodici giorni quando lasciamo l’Uzbekistan per tornare in Kazakistan a visitare l’ultima meta finale, la più gelida: prendiamo per la nona volta l’ aereo per dirigerci ad Astana, chiamata precedentemente Nur Sultan in onore dell’ultimo presidente (Nursultan Nazarbayev).
Ad attenderci ci sono –25 gradi. L’impatto iniziale ve lo lascio immaginare: mai avevo percepito una temperatura simile e nonostante gli indumenti termici, il gelo penetra davvero attraverso tutti i pori, in particolare sul viso, unica zona lasciata minimamente scoperta. Ovviamente non è pensabile di stare fuori troppo tempo a queste temperature. Come Tashkent, anche Astana ha strade molto ampie con numerose auto private e tanti taxi davvero economici che ci permettono di esplorare la città senza dover congelare.
Il primo edificio che visitiamo è il Globo dove, nel 2017, si è tenuto uno speciale Expo. La costruzione sferica è una delle più grandi di tutto il mondo e al suo interno si sviluppano sei piani relativi all’energia, tema scelto proprio da Expo qualche anno prima. Questo museo non è l’unica perla architettonica di una città completamente all’avanguardia: l’Albero della Vita e la Piramide sono solo due degli esempi di una capitale in continua espansione ed evoluzione. Ancora una volta rimaniamo scioccati e stupiti da tanta modernità. Personalmente non avrei mai immaginato che un Paese potesse svilupparsi così tanto in un tempo tanto breve, in soli trent’anni, con grattacieli e palazzi in continua costruzione.
Le emozioni sono state tante, e come sempre è difficile esprimerle e raccontarle in poche righe. Il rientro a Edimburgo è stato stancante, ma meno pesante del previsto. Dopo tanto freddo tornare in Scozia era un po' come andare incontro alla primavera...
Ancora una volta l’Asia mi ha lasciato dei ricordi meravigliosi. La possibilità di poter tornare a viaggiare mi ha riconfermato ancora una volta la bellezza dello scoprire usi e costumi tanto diversi dal nostro continente. E la prossima volta la mia risposta sarà ancora un sì di fronte alla proposta di un’esperienza tanto alternativa ed anche un po' “bizzarra” ma decisamente unica.
Miriam
IL GRINZONE n. 82