Colloquio

 

Ti ricordi, mio piccolo amore,

 

(un giorno avevo pensato

di chiamarti Tristano:

così triste la tua anima remota.

Ma poi quella maiuscola iniziale

mi parve troppo pesante

per la mia tenerezza

ed ora tento quest'altro nome,

più dimesso, più lieve:

piccolo amore)

di', ti rammenti,

mio piccolo amore,

l'ultimo tramonto dell'inverno,

l'ultimo nostro colloquio

sul sedile di pietra rosa

di fronte ai muri rossi del Castello?

Quanti colombi! E tu mi sussurravi

che le ali loro grigioazzurre

assomigliavano ai miei occhi

un poco.

Sul fondo erboso del fossato

le margheritine

trattenevano l'ultima

chiarità stanca del sole.

E tu volevi

coglierle tutte per me,

con le tue dita d'uomo

incerte fra gli steli

come dita di bimbo:

e m'empivi d'erba e di corolle le mani,

dicendomi che l'anima mia di fiore

era fiorita

per tutti i prati

di tutti i paesi,

dicendomi che tutta l'anima

della primavera non giunta

tremava nel mio respiro.

Piccolo amore, piccolo amore, ti rammenti?

Guardavamo le grandi nuvole accese

scivolare mute

dietro i rami nudi degli ippocastani.

Dicevamo: domani sarà vento.

Tu mi narravi, sommessamente,

in tono di lunga fiaba,

dell'ultima tua notte

passata nella casa della sorella,

in riva al lago.

"Mi destai. C'era tanto silenzio.

I bambini dormivano

nella stanza vicina.

Ed io pensavo, pensavo: mi dicevo

che accanto a te sono un bambino anch'io,

un bocciolo profumato di te".

Piccolo amore, piccolo amore, ti rammenti?

Moriva il bruciore del sole

di là dagli alberi

in un grande arco d'oro,

in un grande arco bianco

sul nostro capo.

E impallidiva la mia tristezza,

si spegneva il tuo affanno,

nella semplicità

delle parole candide.

Tutto che fu menzogna, 

tutto che fu dubbio e dolore     

si sfaceva  

e rimaneva solo   

in cima alla più pura anima      

un tremore di piccole cose:      

ali d'uccello, sentore di vento,  

nomi di fiori, sonno di bambini...

Così come dilegua,        

al calare dell'ombra,      

l'ingannevole luce del giorno    

e lo splendore del cielo  

si acuisce  

in un tremore di piccole cose    

che si chiamano stelle.   

 

Pasturo, 2 aprile 1931