A Emilio Comici

leggi la poesia



Il 2 gennaio 1936 Antonia scrive ai genitori da Misurina, dove si trova per una vacanza, breve ma ben programmata. Prende infatti lezioni di sci da Emilio Comici, pratica intensamente la fotografia e a volte usa anche la macchina da presa, come lei stessa scrive in un’altra cartolina del 3 gennaio.

   La poesia a Emilio Comici nasce proprio in queste giornate di vita alpina, anche se, probabilmente, è stata scritta parecchi giorni dopo il rientro, come capitava spesso di fare ad Antonia, perché le emozioni vissute dovevano ricomporsi nella calma del cuore per riemergere purificate da tutto ciò che non era poesia.

   La prima strofa si presenta scarna di parole. Sembra che Antonia, ammutolita dalla potenza dello scenario che ha davanti, abbia potuto riprendere soltanto dei particolari, ma proprio questi l’hanno travolta: soprattutto la «suola di corda» in bilico su «un pollice di pietra», a sua volta sporgente su «mille metri di vuoto». È la vertigine. Niente frasi, niente predicati: visioni, lampi di visioni.

   Ed ecco la seconda strofa: un solo verso, lungo, ma rapido e diritto come una freccia. Esso, trasformando la luce dolce e malinconica del tramonto in un dardo, rappresenta con rara efficacia l’immagine dello scalatore fermo sulla r è il predicato che, con la sua durezza e la sua posizione iniziale, imprime al verso tutta la forza dell’evento e ne accentua la drammaticità con parole dense di cupo tremore, come «tramonto» e «strapiombo».

  E siamo alla terza strofa. Ora la montagna è scomparsa improvvisamente e alrettanto improvvisa appare una nuova visione: Trieste, la città di Comici, con le barche incendiate dal sole, che i vetri delle case rilanciano verso il mare. È un incendio di amore e di nostalgia che afferra il cuore dello scalatore-marinaio? E forse per questo le «nubi bianche al bivacco» quella notte non si adageranno sognanti sulle solite rocce ma si «frangeranno sulla pietra / mute» ?

  E la luna, che cosa rischiarerà con la sua luce pallida? Non i giardini di Trieste, non donne innamorate e felici, ma solamente la volontà coraggiosa dell’eroe solitario, ancora «avvolto» alla sua «fune gelida», perché al sorgere dell’alba possa subito riprendere la sua ascensione con le sue «suole di corda» «tra le pallide guglie» e i «Mille metri di vuoto» che lo sfidano.

   Ma quanto nobile e delicato era il cuore di Antonia, mentre scriveva questa poesia, per riuscire a calarsi così intimamente nel «duro cuore» di un altro e sentire suo, tutto suo, il peso di quella solitudine?

 

                                                                             Suor Onorina Dino 


IL GRINZONE n.84


 

 

 

 a Emilio Comici

 

Il 2 gennaio 1936 Antonia scrive ai genitori da Misurina, dove si trova per una vacanza, breve ma ben programmata. Prende infatti lezioni di sci da Emilio Comici, pratica intensamente la fotografia e a volte usa anche la macchina da presa, come lei stessa scrive in un’altra cartolina del 3 gennaio.

   La poesia a Emilio Comici nasce proprio in queste giornate di vita alpina, anche se, probabilmente, è stata scritta parecchi giorni dopo il rientro, come capitava spesso di fare ad Antonia, perché le emozioni vissute dovevano ricomporsi nella calma del cuore per riemergere purificate da tutto ciò che non era poesia.

   La prima strofa si presenta scarna di parole. Sembra che Antonia, ammutolita dalla potenza dello scenario che ha davanti, abbia potuto riprendere soltanto dei particolari, ma proprio questi l’hanno travolta: soprattutto la «suola di corda» in bilico su «un pollice di pietra», a sua volta sporgente su «mille metri di vuoto». È la vertigine. Niente frasi, niente predicati: visioni, lampi di visioni.

   Ed ecco la seconda strofa: un solo verso, lungo, ma rapido e diritto come una freccia. Esso, trasformando la luce dolce e malinconica del tramonto in un dardo, rappresenta con rara efficacia l’immagine dello scalatore fermo sulla roccia, mentre incombe la notte. E, se nella prima strofa non c’era alcun verbo, qui è il predicato che, con la sua durezza e la sua posizione iniziale, imprime al verso tutta la forza dell’evento e ne accentua la drammaticità con parole dense di cupo tremore, come «tramonto» e «strapiombo».

  E siamo alla terza strofa. Ora la montagna è scomparsa improvvisamente e altrettanto improvvisa appare una nuova visione: Trieste, la città di Comici, con le barche incendiate dal sole, che i vetri delle case rilanciano verso il mare. È un incendio di amore e di nostalgia che afferra il cuore dello scalatore-marinaio? E forse per questo le «nubi bianche al bivacco» quella notte non si adageranno sognanti sulle solite rocce ma si «frangeranno sulla pietra / mute» ?

  E la luna, che cosa rischiarerà con la sua luce pallida? Non i giardini di Trieste, non donne innamorate e felici, ma solamente la volontà coraggiosa dell’eroe solitario, ancora «avvolto» alla sua «fune gelida», perché al sorgere dell’alba possa subito riprendere la sua ascensione con le sue «suole di corda» «tra le pallide guglie» e i «Mille metri di vuoto» che lo sfidano.

   Ma quanto nobile e delicato era il cuore di Antonia, mentre scriveva questa poesia, per riuscire a calarsi così intimamente nel «duro cuore» di un altro e sentire suo, tutto suo, il peso di quella solitudine?

 

                                          Suor Onorina Dino