Colloquio

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 Antonia scrive questa poesia nel silenzio di Pasturo, nel luogo più silenzioso della sua casa, la sua stanza, dalla cui finestra la visione dell’amata Grigna accresce il silenzio, fa affiorare i ricordi e li acuisce fino a farli diventare parola poetica.

   Tanti i ricordi che si dipanano in questa poesia e che si snodano in un linguaggio fatto di parole semplici, quotidiane, ma intrise di musicalità e di delicatezza che, mentre creano e dilatano una soffice sensazione di silenzio, condensano in pochi attributi, altrettanto semplici e umili, il sentimento di tenerezza e la dolcezza della memoria che tengono desto il cuore di Antonia e fanno brillare nei suoi pensieri il ricordo di chi è lontano, il suo amato Antonello «mio piccolo amore».

Con questo appellativo «più dimesso, più lieve» del «pesante Tristano», nome con cui prima aveva pensato di chiamarlo, si apre il colloquio a distanza. E la tristezza, che quasi sempre adombrava il viso di Antonello, scompare dietro questo amore «piccolo», quasi bambino bisognoso di protezione. E sentiamo, in questo aggettivo così comune e infantile, tutto l’affetto di Antonia, un affetto quasi materno. E il ricordo si fa presenza, perché l’amato è nel suo cuore, come nel suo cuore sono le parole che lui un giorno le aveva sussurrato, nella quieta gioia di un incontro. E il ricordo diventa musica dolce, domanda piena di nostalgia che non sollecita una risposta, ma fa risalire dalle radici del cuore l’incanto e il rimpianto di una gioia lontana e perciò si ripete come un ritornello, quasi a porre un po’ di respiro nell’infittirsi dei ricordi, mentre, in realtà, ne suscita altri: «di’, ti rammenti mio piccolo amore…?». A questo punto ci si aspetterebbe una pausa, forse un silenzio di lacrime ingoiate in fretta, e invece la musica va avanti nei suoni dolci delle “l” che si rincorrono in brevi note di colore e di suoni: «l’ultimo tramonto dell’inverno», «l’ultimo nostro colloquio»; nel colore «rosa» che intenerisce la pietra del sedile, nel rosso dei «muri del Castello», che improvvisamente rivela, con tutta la sua forza, la passione d’amore fin qui rattenuta dalla malinconia. Ma è solo un attimo. Se torniamo alle immagini vi troviamo ancora tanta umile eleganza di gesti, di fiori, di colori: le «dita d’uomo / incerte fra gli steli / come dita di bimbo», le «margheritine», «l’ultima chiarità stanca del sole», le ali dei colombi «grigioazzurre», che l’amato dice simili agli occhi dell’amata, «l’anima di fiore fiorita» in cui la primavera anticipa i suoi colori e i suoi profumi. E vi troviamo ancora il silenzio: nelle «grandi nuvole accese» che «scivolano mute / dietro i rami nudi degli ippocastani»; nel sonno dei bambini che «dormivano», nel «pensavo, pensavo» di Antonello, che accanto ad Antonia si sente anch’egli «un bambino, / un bocciolo profumato» di lei. Il silenzio del ricordo-visione si distende poi nello stupore del «grande arco d’oro», «nel grande arco bianco» che li incorona di gioia innocente allo spegnersi del «bruciore del sole», allo svanire della «tristezza» e dell’«affanno / nella semplicità / delle parole candide».

   Forse in nessun’altra poesia di Antonia l’amore trova una rappresentazione così «candida», anche se intensa, come in questo Colloquio.

                                             

                                                                         Suor Onorina Dino

 

IL GRINZONE n.82