a Emilio Comici

 

Mille metri

di vuoto:

ed un pollice di pietra

per una delle tue

suole di corda.

 

Ti ha inchiodato il tramonto allo strapiombo.

 

A quest'ora la tua città

coi vetri in fiamme abbacina le barche.

Dove hai lasciato le tue vesti,

i volti

delle ragazze, i remi?

 

Questa notte al bivacco

nubi bianche

si frangeranno sulla pietra

mute:

così lontano il tonfo dei marosi

sul molo di Trieste.

 

Né la luna

disvelerà giardini, chiaro riso

di donne intorno ad un fanale,

o tepido

sciogliersi di capelli,

 

ma te solo

vedrà

alla tua fune

gelida avvolto —

ed il tuo duro cuore

tra le pallide guglie.

 

 

16 gennaio 1936

 

A Emilio Comici

leggi la poesia



Il 2 gennaio 1936 Antonia scrive ai genitori da Misurina, dove si trova per una vacanza, breve ma ben programmata. Prende infatti lezioni di sci da Emilio Comici, pratica intensamente la fotografia e a volte usa anche la macchina da presa, come lei stessa scrive in un’altra cartolina del 3 gennaio.

   La poesia a Emilio Comici nasce proprio in queste giornate di vita alpina, anche se, probabilmente, è stata scritta parecchi giorni dopo il rientro, come capitava spesso di fare ad Antonia, perché le emozioni vissute dovevano ricomporsi nella calma del cuore per riemergere purificate da tutto ciò che non era poesia.

   La prima strofa si presenta scarna di parole. Sembra che Antonia, ammutolita dalla potenza dello scenario che ha davanti, abbia potuto riprendere soltanto dei particolari, ma proprio questi l’hanno travolta: soprattutto la «suola di corda» in bilico su «un pollice di pietra», a sua volta sporgente su «mille metri di vuoto». È la vertigine. Niente frasi, niente predicati: visioni, lampi di visioni.

   Ed ecco la seconda strofa: un solo verso, lungo, ma rapido e diritto come una freccia. Esso, trasformando la luce dolce e malinconica del tramonto in un dardo, rappresenta con rara efficacia l’immagine dello scalatore fermo sulla r è il predicato che, con la sua durezza e la sua posizione iniziale, imprime al verso tutta la forza dell’evento e ne accentua la drammaticità con parole dense di cupo tremore, come «tramonto» e «strapiombo».

  E siamo alla terza strofa. Ora la montagna è scomparsa improvvisamente e alrettanto improvvisa appare una nuova visione: Trieste, la città di Comici, con le barche incendiate dal sole, che i vetri delle case rilanciano verso il mare. È un incendio di amore e di nostalgia che afferra il cuore dello scalatore-marinaio? E forse per questo le «nubi bianche al bivacco» quella notte non si adageranno sognanti sulle solite rocce ma si «frangeranno sulla pietra / mute» ?

  E la luna, che cosa rischiarerà con la sua luce pallida? Non i giardini di Trieste, non donne innamorate e felici, ma solamente la volontà coraggiosa dell’eroe solitario, ancora «avvolto» alla sua «fune gelida», perché al sorgere dell’alba possa subito riprendere la sua ascensione con le sue «suole di corda» «tra le pallide guglie» e i «Mille metri di vuoto» che lo sfidano.

   Ma quanto nobile e delicato era il cuore di Antonia, mentre scriveva questa poesia, per riuscire a calarsi così intimamente nel «duro cuore» di un altro e sentire suo, tutto suo, il peso di quella solitudine?

 

                                                                             Suor Onorina Dino 


IL GRINZONE n.84


 

 

 

 a Emilio Comici

 

Il 2 gennaio 1936 Antonia scrive ai genitori da Misurina, dove si trova per una vacanza, breve ma ben programmata. Prende infatti lezioni di sci da Emilio Comici, pratica intensamente la fotografia e a volte usa anche la macchina da presa, come lei stessa scrive in un’altra cartolina del 3 gennaio.

   La poesia a Emilio Comici nasce proprio in queste giornate di vita alpina, anche se, probabilmente, è stata scritta parecchi giorni dopo il rientro, come capitava spesso di fare ad Antonia, perché le emozioni vissute dovevano ricomporsi nella calma del cuore per riemergere purificate da tutto ciò che non era poesia.

   La prima strofa si presenta scarna di parole. Sembra che Antonia, ammutolita dalla potenza dello scenario che ha davanti, abbia potuto riprendere soltanto dei particolari, ma proprio questi l’hanno travolta: soprattutto la «suola di corda» in bilico su «un pollice di pietra», a sua volta sporgente su «mille metri di vuoto». È la vertigine. Niente frasi, niente predicati: visioni, lampi di visioni.

   Ed ecco la seconda strofa: un solo verso, lungo, ma rapido e diritto come una freccia. Esso, trasformando la luce dolce e malinconica del tramonto in un dardo, rappresenta con rara efficacia l’immagine dello scalatore fermo sulla roccia, mentre incombe la notte. E, se nella prima strofa non c’era alcun verbo, qui è il predicato che, con la sua durezza e la sua posizione iniziale, imprime al verso tutta la forza dell’evento e ne accentua la drammaticità con parole dense di cupo tremore, come «tramonto» e «strapiombo».

  E siamo alla terza strofa. Ora la montagna è scomparsa improvvisamente e altrettanto improvvisa appare una nuova visione: Trieste, la città di Comici, con le barche incendiate dal sole, che i vetri delle case rilanciano verso il mare. È un incendio di amore e di nostalgia che afferra il cuore dello scalatore-marinaio? E forse per questo le «nubi bianche al bivacco» quella notte non si adageranno sognanti sulle solite rocce ma si «frangeranno sulla pietra / mute» ?

  E la luna, che cosa rischiarerà con la sua luce pallida? Non i giardini di Trieste, non donne innamorate e felici, ma solamente la volontà coraggiosa dell’eroe solitario, ancora «avvolto» alla sua «fune gelida», perché al sorgere dell’alba possa subito riprendere la sua ascensione con le sue «suole di corda» «tra le pallide guglie» e i «Mille metri di vuoto» che lo sfidano.

   Ma quanto nobile e delicato era il cuore di Antonia, mentre scriveva questa poesia, per riuscire a calarsi così intimamente nel «duro cuore» di un altro e sentire suo, tutto suo, il peso di quella solitudine?

 

                                          Suor Onorina Dino

 

 

 

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 Antonia scrive questa poesia nel silenzio di Pasturo, nel luogo più silenzioso della sua casa, la sua stanza, dalla cui finestra la visione dell’amata Grigna accresce il silenzio, fa affiorare i ricordi e li acuisce fino a farli diventare parola poetica.

   Tanti i ricordi che si dipanano in questa poesia e che si snodano in un linguaggio fatto di parole semplici, quotidiane, ma intrise di musicalità e di delicatezza che, mentre creano e dilatano una soffice sensazione di silenzio, condensano in pochi attributi, altrettanto semplici e umili, il sentimento di tenerezza e la dolcezza della memoria che tengono desto il cuore di Antonia e fanno brillare nei suoi pensieri il ricordo di chi è lontano, il suo amato Antonello «mio piccolo amore».

Con questo appellativo «più dimesso, più lieve» del «pesante Tristano», nome con cui prima aveva pensato di chiamarlo, si apre il colloquio a distanza. E la tristezza, che quasi sempre adombrava il viso di Antonello, scompare dietro questo amore «piccolo», quasi bambino bisognoso di protezione. E sentiamo, in questo aggettivo così comune e infantile, tutto l’affetto di Antonia, un affetto quasi materno. E il ricordo si fa presenza, perché l’amato è nel suo cuore, come nel suo cuore sono le parole che lui un giorno le aveva sussurrato, nella quieta gioia di un incontro. E il ricordo diventa musica dolce, domanda piena di nostalgia che non sollecita una risposta, ma fa risalire dalle radici del cuore l’incanto e il rimpianto di una gioia lontana e perciò si ripete come un ritornello, quasi a porre un po’ di respiro nell’infittirsi dei ricordi, mentre, in realtà, ne suscita altri: «di’, ti rammenti mio piccolo amore…?». A questo punto ci si aspetterebbe una pausa, forse un silenzio di lacrime ingoiate in fretta, e invece la musica va avanti nei suoni dolci delle “l” che si rincorrono in brevi note di colore e di suoni: «l’ultimo tramonto dell’inverno», «l’ultimo nostro colloquio»; nel colore «rosa» che intenerisce la pietra del sedile, nel rosso dei «muri del Castello», che improvvisamente rivela, con tutta la sua forza, la passione d’amore fin qui rattenuta dalla malinconia. Ma è solo un attimo. Se torniamo alle immagini vi troviamo ancora tanta umile eleganza di gesti, di fiori, di colori: le «dita d’uomo / incerte fra gli steli / come dita di bimbo», le «margheritine», «l’ultima chiarità stanca del sole», le ali dei colombi «grigioazzurre», che l’amato dice simili agli occhi dell’amata, «l’anima di fiore fiorita» in cui la primavera anticipa i suoi colori e i suoi profumi. E vi troviamo ancora il silenzio: nelle «grandi nuvole accese» che «scivolano mute / dietro i rami nudi degli ippocastani»; nel sonno dei bambini che «dormivano», nel «pensavo, pensavo» di Antonello, che accanto ad Antonia si sente anch’egli «un bambino, / un bocciolo profumato» di lei. Il silenzio del ricordo-visione si distende poi nello stupore del «grande arco d’oro», «nel grande arco bianco» che li incorona di gioia innocente allo spegnersi del «bruciore del sole», allo svanire della «tristezza» e dell’«affanno / nella semplicità / delle parole candide».

   Forse in nessun’altra poesia di Antonia l’amore trova una rappresentazione così «candida», anche se intensa, come in questo Colloquio.

                                             

                                                                         Suor Onorina Dino

 

IL GRINZONE n.82

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

  



 

 

 

 

 

 

 


Colloquio

 

Ti ricordi, mio piccolo amore,

 

(un giorno avevo pensato

di chiamarti Tristano:

così triste la tua anima remota.

Ma poi quella maiuscola iniziale

mi parve troppo pesante

per la mia tenerezza

ed ora tento quest'altro nome,

più dimesso, più lieve:

piccolo amore)

di', ti rammenti,

mio piccolo amore,

l'ultimo tramonto dell'inverno,

l'ultimo nostro colloquio

sul sedile di pietra rosa

di fronte ai muri rossi del Castello?

Quanti colombi! E tu mi sussurravi

che le ali loro grigioazzurre

assomigliavano ai miei occhi

un poco.

Sul fondo erboso del fossato

le margheritine

trattenevano l'ultima

chiarità stanca del sole.

E tu volevi

coglierle tutte per me,

con le tue dita d'uomo

incerte fra gli steli

come dita di bimbo:

e m'empivi d'erba e di corolle le mani,

dicendomi che l'anima mia di fiore

era fiorita

per tutti i prati

di tutti i paesi,

dicendomi che tutta l'anima

della primavera non giunta

tremava nel mio respiro.

Piccolo amore, piccolo amore, ti rammenti?

Guardavamo le grandi nuvole accese

scivolare mute

dietro i rami nudi degli ippocastani.

Dicevamo: domani sarà vento.

Tu mi narravi, sommessamente,

in tono di lunga fiaba,

dell'ultima tua notte

passata nella casa della sorella,

in riva al lago.

"Mi destai. C'era tanto silenzio.

I bambini dormivano

nella stanza vicina.

Ed io pensavo, pensavo: mi dicevo

che accanto a te sono un bambino anch'io,

un bocciolo profumato di te".

Piccolo amore, piccolo amore, ti rammenti?

Moriva il bruciore del sole

di là dagli alberi

in un grande arco d'oro,

in un grande arco bianco

sul nostro capo.

E impallidiva la mia tristezza,

si spegneva il tuo affanno,

nella semplicità

delle parole candide.

Tutto che fu menzogna, 

tutto che fu dubbio e dolore     

si sfaceva  

e rimaneva solo   

in cima alla più pura anima      

un tremore di piccole cose:      

ali d'uccello, sentore di vento,  

nomi di fiori, sonno di bambini...

Così come dilegua,        

al calare dell'ombra,      

l'ingannevole luce del giorno    

e lo splendore del cielo  

si acuisce  

in un tremore di piccole cose    

che si chiamano stelle.   

 

Pasturo, 2 aprile 1931

 

 

 

 

Fuga

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Dove si trova Antonia? Che cosa sta facendo? I narcisi, punto di partenza della poesia, spuntano all’improvviso con i loro «volti» sferzati dal vento. Ma anch’essi dove sono? L’unica realtà che si coglie nei brevi versi iniziali è che hanno «volti» e che li «porgono alla ventata». E ci assale un sussulto a queste parole così tenere e così intrise di angoscia rispetto alla fragilità in sé dei fiori e rispetto a ciò che essa può rappresentare su un piano simbolico agli occhi sensibili dell’autrice. Umani sono i narcisi non solo perché hanno «volti», ma soprattutto perché li «porgono alla ventata», anch’essa improvvisa, quasi in gesto di offerta di sé, di sacrificio accettato e voluto, di vittime volontarie o indifese. Inoltre i «volti» dei narcisi sono «gracili», attributo che richiama un’altra caratteristica umana, come si trattasse di bambini così delicati da essere anche deboli e quindi poco resistenti alle più piccole forze avverse. I sentimenti di Antonia premono sui suoi pensieri e i narcisi divengono «mani di bimbi» che, intrecciate e «aggrappate ai cancelli», formano siepi che li adornano, come fossero teneri cespugli fioriti.

   Sempre presenti i cancelli negli occhi e nel cuore di Antonia: quello grande della sua villa di Pasturo, che immette nel cortile dove, ancora bambina, giocava con le amichette e dove spesso, rientrando a casa, trovava un «grappolo di bimbi» che la fissavano «dritti, /senza scomporsi». Lei avrebbe voluto «essere come loro, / piccina, povera oscura»; allora il cancello diventava quasi «una porta impenetrabile», dietro la quale sottrarsi «ai loro occhi tondi di passeri […] liberi, avvezzi / ad entrare, ad uscire» (Rossori, 1931) dalle porte sgangherate delle «vecchie cascine» senza chiavi né chiavistelli. Poi c’è il cancello piccolo, stretto, in fondo al giardino, dal quale, ormai esperta arrampicatrice, usciva per raggiungere la “sua” montagna, la Grigna, quando l’alba non era ancora sorta col suo fioco chiarore a dare un po’ di luce al cielo. E, poi, ecco il cancello del piccolo cimitero di Pasturo, dove spesso sostava e dove sosterà, qualche anno dopo la composizione di questa poesia, pensando all’angolo più bello che avrebbe potuto accoglierla per il suo riposo ultimo, come scrisse in una pagina del suo diario nel settembre del 1937.

   Ma perché Fuga? Perché e dove fugge Antonia, così ansiosamente che il respiro le si strozza nel petto? Forse vuole sottrarre «i narcisi alla ventata» che vuole distruggerli e annientarli, come l’inverno, con la sua neve e il suo ghiaccio, sulla montagna ha strappato «il suo morto» alle braccia dei vivi che invano avevano tentato di salvarlo e di cui Antonia scrive nella poesia Sgelo, anch’essa del 10 maggio 1935.

   Fuga dalla morte, allora, o fuga dalla vita? Forse da entrambe. Nella fuga Antonia cerca di guardare ciò che si lascia dietro, come per dargli una consistenza, ma i suoi sguardi sono «vani ponti», non possono dar vita alle cose che sfuggono o esistono solo nel sogno e nel desiderio: «l’abisso fragoroso» è in agguato, dentro di sé e fuori da sé.

 

                                                                                                        Suor Onorina


IL GRINZONE n.81